Al Teatro India un singolare Stabat Mater
In prima nazionale Stephen Shropshire
08/06/2026
ROMA Il palcoscenico del Teatro India si conferma spazio per la ricerca contemporanea, spingendo lo sguardo oltre i confini della danza con due appuntamenti speciali nel mese di giugno, in doppia replica.
L'11 e il 12 giugno è attesa la prima nazionale di Stabat Mater del newyorkese Stephen Shropshire. L’opera si pone in un dialogo serrato e profondo con l’omonimo brano vocale da camera di Giovanni Battista Pergolesi che si muove sulle note di una poesia francescana del XIII secolo che descrive il calvario della Vergine Maria ai piedi della croce. La coreografia di Shropshire, interpretata dalle danzatrici Adi Amit, Christine Ceconello e Aimee Lagrange, è una trascrizione incarnata del testo. Per Shropshire, riscrivere il testo significa liberarlo dalle reiterazioni convenzionali e ampliarne il campo delle possibilità. A questo proposito afferma: "Uso le parole come struttura coreografica. Non per esprimerne il significato, ma per trovarne di nuovi. Mi interessa vedere dove può portarmi una parola, come si muove, cos’altro può fare".
In Stabat Mater, Shropshire rielabora l’opera in tre partiture di movimento interconnesse, ciascuna composta da venti strofe metriche organizzate in coppie di terzine, eseguite simultaneamente all’interno della struttura in dodici movimenti della composizione di Pergolesi, creando un complesso intreccio di variazioni armoniche, talvolta anche dissonanti, che parlano sia della singolarità sia dell’universalità del dolore e della grazia umana. Descritto come un coreografo “pur sang”, il lavoro di Shropshire si concentra sul processo di “scrittura” della danza e su un continuo esame della danza come soggetto. La coreografia si fa modo di pensare attraverso e, soprattutto, sul corpo. Il suo lavoro si distingue per l’innovativa e ribelle riscoperta della danza come materiale, nonché per i metodi con cui la interroga, la attiva e la coinvolge.
Il 18 e 19 giugno l'appuntamento è con Cornelia Dance Company e To my skin, un dittico che offre due interpretazioni distinte e complementari dello stesso nucleo tematico, firmate rispettivamente da Mauro de Candia con Before/After e Antonio Ruz con Ardor. Attraverso il corpo la compagnia interpreta gli effetti estremi del calore e del gelo pensando alle grandi estinzioni di massa con l’obiettivo di aprire uno spazio di riflessione sul tema eco-ambientale tramite atti fisici e poetici.
In Before/After Mauro de Candia propone strutture apparentemente statiche che si rivelano soggette a trasformazioni parzialmente prevedibili. Corpi che fendono come schegge lo spazio che li circonda creando movimento come se la pelle stessa implodesse sotto il peso del gelo. Mauro de Candia rompe i confini fragili tra uomo e natura che si incrinano e si dissolvono. In Ardor di Antonio Ruz il corpo cede, lento, sotto il morso del calore. Non si frantuma, bensì si fa magma. Ogni scioglimento è metamorfosi, ogni collasso è anche una forma di difesa. Questa danza incandescente racconta la tensione tra abbandono e resistenza, tra distruzione e rinascita. È la risposta viscerale di un corpo-mondo che continua a generare forme.
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